La guerra
La cittą è immersa nel buio:
i negozianti hanno abbassato le saracinesche,
e solo qualcuno accoglie ancora clienti
facendoli passare dalla porta interna
che dà accesso alla casa attigua alla bottega.
Gli scuretti di tutte le finestre sono ermeticamente chiusi
e non lasciano passare all'esterno neanche un fil di luce.
La mamma, seduta davanti al braciere, mi stringe tra le braccia
e mi racconta la favola di Cappuccetto rosso, mentre mio fratello,
con una matita rosicchiata, scarabocchia il foglio di carta marrone
nel quale il fornaio ha avvolto il pane questa mattina.
È l'ora del notiziario, la nonna, gli zii e i cugini si uniscono a noi,
e la casa si movimenta un po'.
Si alza il volume della radio e i grandi,
ascoltano seri la voce gracchiante, noi piccoli invece
diamo inizio a partite di calcio,
formando le squadre con i tappi metallici delle bottiglie.
Siamo nuovamente soli, la mamma prepara la cena,
io vado di nascosto nella stanza da letto,
mi avvicino alla finestra, apro lentamente uno scuretto
e sbircio verso l'alto: strisce di luci in un cielo nero.
Non sono neanche le venti e già siamo tutti e tre,
insieme, nel lettone,vestiti,
la mamma ci ha sfilato solo le scarpe.
Io sto ai piedi della mamma, tutta rannicchiata su me stessa.
Mi addormento pensando al babbo lontano, in guerra.
E lo sogno.
Tra i fiori che punteggiano di rosso, arancione, azzurro e bianco
il verde delle foglie,
il babbo sta incidendo il mio nome con un coltellino su una gialla zucca rampicante
quando la nonna, con il grembiule nero pieno d'uova, tenuto su dalle cocche,
lo chiama dalla grande gabbia.
La porta ha ceduto e gli animali si sparpagliano per il terrazzo.
Le galline beccano i fiori,
i colombi fanno girare la giostra che il babbo ha costruito per noi piccoli,
ma è usata maggiormente dai grandi,
mentre i conigli fanno cerchio attorno ad un coniglietto bianco e nero
che agonizza di testa in giù, legato ad una trave della tettoia.
Corro su per le scale,
non riesco più a respirare,
bolle di sapone dai colori trasparenti mi soffocano.
Il babbo, seduto su uno sgabello posto sulla cucina a carbone
tutta piastrellata di mattonelle bianche,
gira un gran mestolo in un pentolone da cui escono bolle di sapone.
Alcune cadono per terra,
si rompono
e un pulcino salta fuori con le piume umide
appiccicate alla pelle scorticata
e pigolando va a nascondersi sotto la conca di creta
dove la lavandaia ha messo a bagno nell'acqua e cenere la biancheria lavata.
La sirena squarcia il silenzio della notte e il sogno è interrotto.
La mamma, con le mani tremanti, mi avvolge in scialli,
scialletti e vecchie coperte
e mi trascina con mio fratello al rifugio vicino casa,
un lungo corridoio scavato sotto la montagnetta, dove ora c'è l'Ospedale,
tutto rivestito da sacchi di sabbia.
Addossati alla parete, ci accovacciamo per terra in fondo al corridoio
stretti l'uno all'altro,
insieme a tante mamme che pregano baciando i loro figli
e ad uomini che fumano nervosamente.
Aspettiamo.
La notte è finita.
Le finestre sono spalancate,
le donne cantano a squarciagola sbrigando le faccende domestiche,
le coltri, impregnate degli umori notturni,
sciorinate al sole alto nel cielo,
sventolano come bandiere al vento;
qualche tappeto è battuto lasciando cadere la sua polvere sui loggioni sottostanti,
io ascolto curiosa la mamma, con la scopa in mano,
che parla con la sua dirimpettaia
del palazzo in via Pisanelli colpito nella notte dalle bombe.


