La malattia
Ha piovuto incessantemente per ore ma, tornato il sole,
l'afa si è fatta nuovamente sentire
perciò la sera si va lo stesso all'arena.
Ora sono sempre a letto,
il dottore viene ogni giorno a scoprirmi il torace,
a tastarmi le gambe.
Mio fratello è tornato a scuola,
gli zii gironzolano intorno al mio letto
e parlano sottovoce con la mamma che piange.
I reumatismi mi hanno tormentata per tutta l'adolescenza!
Momenti di lucidità si alternano a momenti di delirio,
la realtà s'impasta con i sogni, il presente con il passato.
Le ombre sul grande specchio dell'armadio di fronte al lettone prendono forma.
La nonna, tutta vestita di nero,
sposta con le mani i carboni ardenti da un fornello all'altro
della grande cucina economica
mentre mia zia con un pezzo di cartone fa vento per ravvivare il fuoco.
Il fuoco si fa sempre più vivo, più grande,
carpisce e brucia la lettera che mio cugino ha scritto dal Brasile al padre
che ora piange accanto al letto in cui sta mio padre febbricitante.
Mio padre russa
e una torma di ragazzini vocianti gli saltano intorno facendo cigolare le reti.
Il prete e quattro chierichetti aprono il corteo.
Segue il carro funebre, trainato da quattro cavalli bianchi,
seguito dai mie zii e cugini più grandi, solo uomini.
Venti orfanelle in fila per due,
avvolte in mantelline grigie,
col capo coperto da cappellini anch'essi grigi,
recitano il rosario insieme alla suora,
abito nero lungo fino ai piedi e capo coperto da un cappello bianco con due grandi ali laterali che le nascondono tutto il viso..
E, dietro la banda, tutti i conoscenti e gli amici, sempre solo uomini.
La lugubre musica mi martella il cervello
e la zia morta mi accarezza il capo.
No! zia, no!
Tremo di terrore.
Tutto diventa buio e freddo intorno a me.
Il suono delle trombe e tromboni diventa metallico,
come di due lame che cozzano tra loro.
Saranno i soliti due avvinazzati
che concludono la loro lite fuori della cantina?
Chiudo gli occhi per la paura.
Mi addormento.
Dormendo mi siedo sul cuscino e strappo la carta da parato
dalla parete a cui è appoggiato il mio letto
e poi con meticolosità ripongo pezzetto dopo pezzetto
nella tasca dei pantaloni del babbo
che ora con il suo vicino sta costruendo una radio.
La radio suona,
una grossa VdR scherma l'altoparlante fra due antine luccicanti
piene di bottiglie di liquore.
La radio gracchia, ronza, sibila.
Un postino fischia e mi chiama con la sua voce roca.
Tanti aghi si muovono veloci su di una stoffa bianca
che si trasforma in colorati arabeschi,
una miriade di bottoncini di stoffa mi cadono addosso
e la voce della mamma si fa sempre più alta.
Me ne sto con gli occhi umidi,
con in mano le calze di seta ancora smagliate della mamma,
dietro la porta a vetro schermata da pesanti tendine
che mio zio tiene sempre giù per celare il suo laboratorio
alla vista dei parenti che abitano nello stabile.
Le lacrime scendono calde sul mio viso esangue,
bagnano il quaderno dagli angoli accartocciati,
le mani del babbo si trasformano in nodosi bastoni,
un boccone di baccalà che non riesco ad inghiottire mi fa tossire.
Tossisco tra le braccia della mamma che mi asciuga la fronte imperlata di sudore.