Il viaggio

 

La mamma, con un sorriso amaro, spranga l'uscio di casa accuratamente e chiama il vetturino per le valige che sono sul ballatoio.
valige
Noi siamo elettrizzati. andare in carrozza, prendere il treno, vivere per due mesi con i cugini più grandi, stare in spiaggia tutto il giorno …è troppo! …

Quando incomincia a piovere spuntano ombrelli, teli e bestemmie.
La gente, rannicchiata su sacchi di paglia, si addossa per meglio ripararsi. La mamma estrae dal grosso borsone, in cui ha riposto i panini per il viaggio, due mantelline di gomma, una rossa e una blu, e le sistema sulle nostre spalle allacciandocele sotto il mento; lei si copre con un enorme scialle di seta.
La pioggia picchia, lenta, come l'avanzare del treno in questa sconfinata campagna brulla.

Il ritorno del sole riporta il buon umore, le bocche si riaprono al sorriso e alle ciarle e l'ilarità raggiunge il massimo quando da un barile, posto nell'angolo più remoto del vagone, fa capolino la buffa faccia assonnata di un vecchietto.
treno
Tutti sono stanchi di questo monotono sferragliare. Da quando il treno, composto da una locomotiva che appesta di fumo tutta l'aria e da vagoni, tutti rigorosamente scoperti, zeppi di persone e bestie, è partito da Taranto non ha fatto alcuna sosta.
Si reclama a gran voce una fermata.

Uno stridore improvviso ci fa sobbalzare: il treno è fermo in aperta campagna. Una costruzione diroccata divide le rotaie dalla distesa di sterpaglie e alberi striminziti che lasciano dondolare le poche foglie bruciate dal sole. Gli uomini sciamano da un lato della casa, le donne con i figli dalla parte opposta, tutti in cerca di un arbusto che li protegga dalla vista degli altri.

Un fischio prolungato riempie nuovamente i vagoni di voci e il treno con fatica riprende a muoversi.
La mamma che è ancora tra gli arbusti incomincia a gridare e si mette a correre lungo la massicciata tirandoci dietro come due aquiloni.
Dal treno uomini e donne strillano protendendosi verso di noi. Due scheletrite mani stringono le spalle della mamma in una morsa, la sollevano con le sue propaggini e la ripongono sul nostro sacco di paglia.

La faccia allegra e paffuta della luna ci dà il benvenuto a Rodi Garganico.

Rodi Garganico è un paesino sul mare Adriatico. Dalla strada principale che porta alla Chiesa si diramano stradine strette intervallate da scalini. È tutto un salire e scendere.
Rossi gerani nascondono le facciate vecchie e scrostate delle case che si arrampicano lungo le scale.
L'azzurro mare lambisce sorniona la riva di una spiaggia immensa, bianca, soffice che è divisa da alcune villette dalla ferrovia.
Le villette, piccole costruzioni colorate, circondate da profumati alberi d'aranci e limoni, sono frequentate dai proprietari tutto l'anno, perché ognuna di esse ha il pozzo, che significava acqua di cui le case del paese sono sfornite.
Fin dalle prime ore del mattino vi è un saliscendi di donne e uomini con gli ummili sulla testa, d'asini con pesanti barili pendenti ai fianchi, di ragazzini con secchi più grandi di loro, tutti a far spola tra fontana e casa.

Ogni mattina, dopo che l'acquaiolo ha depositato in cucina il barile pieno, la mamma ci porta con i cugini al mare.
Lei rimane in villetta a lavare panni e preparare il pasto di mezzogiorno, noi scendiamo in spiaggia.
Prima di attraversare i binari ci sdraiamo lungo il terrapieno, con un orecchio sulle rotaie per sentire se ci sia un treno in arrivo.
Quando siamo i primi in spiaggia, con foga scaviamo nella rena una buca larga e profonda che camuffiamo con bacchette di canna, fogli di giornale e sabbia. Poi, sornioni, ci sdraiamo al sole e aspettiamo la vittima.

1912

Ma vivere a Rodi è un'altra cosa.